Invecchia chi non muore prima
A lavoro abbiamo la musica di sottofondo. E fin qui siamo sul pezzo. Poi, ogni tanto, tocca a me gestire la playlist: ieri ne ho messa una anni ’80-’90. Classiconi. Credevo di fare bene: un sottofondo, non un karaoke.
Ad ogni brano:
“Questa è uscita quest’anno, no?” – e si rideva.
Pensavo si ridesse. Io ridevo. Alcuni, però, erano seri.
Parte Sweet Child o’ Mine.
Un collega (uno dei seri), fresco di patente e probabilmente con ancora il diario delle medie a casa, si gira e mi dice:
“Questa… mi pare di averla già sentita.”
Io sorrido.
Lui insiste.
“No davvero, l’ho già sentita questa.”
E lì capisco la solennità del momento.
Parte la scimmia nella testa: Ma come “già sentita”? Ma dove vivi, in una bolla? Non ce l’hai un’autoradio? Questo ha una voce che sembra un citofono incazzato, come fai a non riconoscerla, hai le orecchie disegnate?
Per fortuna la scimmia resta nella sua gabbia. Da fuori, solo un dignitosissimo silenzio. Ma dentro, ormai il click mentale è scattato: esiste una generazione dopo la mia. È ufficiale. Loro quelli che giocano a pallone, io quello che dal terrazzo minaccio di bucarlo.
Lo guardo, annuisco e dico:
“Sì, gira spesso. Se ti piace, Shazammala.”
E subito dopo penso: Ma Shazam lo usano ancora? O è diventata una boomer-app anche quella? Ma poi si dice Shazammare?
Ecco fatto. Sono nel loop.
Paolo non doveva andare in Germania.
Io non dovevo salire in console.
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