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Il quieto vivere

Non vi sto nemmeno a spiegare perchè in quel momento ero in un aula di prima superiore, ma c’ero.  In silenzio, in piedi braccia conserte appoggiato allo stipite della porta. Prima ora, lezione ancora da cominciare. Quel momento dove gli zaini contenenti la disciplina ed il silenzio non sono stati ancora aperti. Quindi professore che spiega non so cosa riguardo all’organizzazione di una gita che dovranno fare, quando vedo del movimento improvviso in fondo alla classe: uno tira un urletto, gli altri tutti in silenzio. Me l’hanno dovuto spiegare quello che era successo, perchè lì per lì nemmeno me ne ero accorto. Un ragazzo si è alzato, è andato verso l’ultima fila, ha tirato una ciaffata ad un suo compagno seduto (il proprietario dell’urletto) ed è tornato tranquillamente al suo posto. Quello seduto non ha fatto un movimento di più di quello necessario ad accompagnare la sberla presa.. ed in realtà nessun altro si è mosso, è stato uno di quei momenti in cui tutti capiscono...

Smooth Operator

Non trovo il portafoglio. Non è questa la causa del mio minimalismo forzato, la situazione si tira avanti da molto prima. Comunque, passata la mezz’ora obbligatoria a cercarlo dove credevo avrebbe potuto essere, ufficializzo il lutto con chiamata per bloccare la carta di credito. Sono sicuro che se qualcuno lo trovasse difficilmente ambirebbe ad una ricompensa dopo averci guardato dentro, quindi vado dritto in comune per vedere come provvedere al rifacimento dei documenti. Cerco l’Ufficio Anagrafe, che nel mio mondo ideale si dovrebbe trovare tra l’Ufficio Timbri e l’Ufficio Sinistri, ma così non è. Comunque lo trovo. Lì l’impiegato mi fa notare, dopo attesa d’obbligo e consulenza di collega più esperto, che per procedere ad una nuova richiesta di emissione dei documenti smarriti, serve una denuncia di smarrimento dei documenti. Giusto. Al che ringrazio salutando, e vado alla Caserma dei Carabinieri. Lì già dal suono del campanello capisco che la conversazione si svolgerà su un piano m...

Cronache da sotto la cappelliera

Ti sta fermo nell’hangar 6 mesi e quando finalmente decidi di andare in vacanza scopri che la revisione è scaduta.   Che fai, rischi? Ma figurati.  Chiami in officina e scopri che non sei l’unico che vuol andare in vacanza. Primo appuntamento disponibile dopo 2 settimane.  Sarà capitato a tutti.  Quindi jet privato a casa e si opta per l’ovvia alternativa: booking.com Ed eccoci qui, sedile all’estrema sinistra sul corridoio centrale, fila da quattro.  L’app dice posto a fianco libero, altri due presi, ma chi se ne frega, intanto non mi dovrò tenere lo zaino tra i piedi 8 ore.  Viaggio con gambe allungate, da uomo libero. Si sale a bordo: seduto, cintura allacciata, zaino ancora tra i piedi, alla fine è libero per me ma anche per quelli dei sedili di là, non facciamo subito i prepotenti.  Anzi, facciamolo subito. Ma loro. Lei - bellina eh, faccia da yoga, karma positivo e zero pietà -  si leva le scarpe, mette una di quelle mascher...

Allerta meteo, ma niente di che.

Come tutte le mattine: colazione all’alba, al bar, prima del lavoro. Caffè e pezzo dolce, in assoluto silenzio, leggendo le notizie sul telefono. La pacatezza della mattina presto. Quale momento migliore per esprimere giudizi? Una piccola platea immersa nel silenzio, dove un sussurro diventa udibile a tutti, e un urlo… una tempesta. E infatti, la tempesta prende vita a un tavolo. Il primo arrivato – che già mi sta sul culo perchè ha preso il giornale – lo fissa e sbotta: “Visto che casino ieri in Spagna? Guerriglia! Fanno bene, io le brucerei tutte le moschee. Vengono qui da noi e…” Olé. Eccoci. Ma con la tempesta arriva anche il vento. In questo caso, soffia da dietro il bancone: il barista gli dà corda. Chiaramente, per essere sicuri che il messaggio sia stato ricevuto, parte il giro di sguardi verso il mio tavolo in cerca di complicità. Sguardo orgogliosamente non trovato. Poi entra un signore. Lo so, è scorretto giudicare a prima vista… Ma, insomma, uno che – così a occhio – non av...

Invecchia chi non muore prima

A lavoro abbiamo la musica di sottofondo. E fin qui siamo sul pezzo. Poi, ogni tanto, tocca a me gestire la playlist: ieri ne ho messa una anni ’80-’90. Classiconi. Credevo di fare bene: un sottofondo, non un karaoke. Ad ogni brano: “Questa è uscita quest’anno, no?” – e si rideva. Pensavo si ridesse. Io ridevo. Alcuni, però, erano seri. Parte Sweet Child o’ Mine. Un collega (uno dei seri), fresco di patente e probabilmente con ancora il diario delle medie a casa, si gira e mi dice: “Questa… mi pare di averla già sentita.” Io sorrido. Lui insiste. “No davvero, l’ho già sentita questa.” E lì capisco la solennità del momento. Parte la scimmia nella testa: Ma come “già sentita”? Ma dove vivi, in una bolla? Non ce l’hai un’autoradio? Questo ha una voce che sembra un citofono incazzato, come fai a non riconoscerla, hai le orecchie disegnate? Per fortuna la scimmia resta nella sua gabbia. Da fuori, solo un dignitosissimo silenzio. Ma dentro, ormai il click mentale è scattato: esiste una gener...